Sostenibilità

Domani si vota per il referendum

Domani siamo chiamati a votare per il referendum che propone l’abrogazione della norma che concede di protrarre le concessioni per estrarre idrocarburi entro 12 miglia nautiche dalla costa italiana sino all’esaurimento della vita utile dei singoli giacimenti. Se il referendum approverà l’abrogazione, le concessioni giungeranno alla scadenza prevista senza poter essere rinnovate ulteriormente.

Ancora qualche ora per riflettere, quindi. Per cogliere anche quest’ultima occasione Felicità Pubblica propone due riflessioni scevre dalle semplificazioni tipiche del linguaggio della propaganda.

La prima è quella di un gruppo di scienziati e ricercatori favorevoli all’abrogazione. La loro argomentazione si sofferma sulla marginalità del danno economico e occupazionale a fronte dell’opportunità di aprire un capitolo nuovo nella politica energetica nazionale, in piena coerenza con gli impegni in corso di sottoscrizione assunti nella recente Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici.

La seconda riflessione è proposta da Romano Prodi. L’economista bolognese, già presidente del Consiglio e presidente della Commissione, sottolinea il carattere processuale del passaggio dalle fonti fossili alle energie rinnovabili e, quindi, la necessità che per un lungo periodo le due modalità di approvvigionamento convivano. Di conseguenza, a suo avviso, la scelta vera non è “tra idrocarburi o energie rinnovabili ma tra comprare dall’estero o produrre noi gli idrocarburi che necessariamente siamo obbligati a consumare in questa fase di transizione”. Per questo Prodi sostiene il No e suggerisce di investire interamente le royalties in ricerca e tecnologia per le rinnovabili.

Due posizioni, ben argomentate, che portano a esiti diversi per un quesito certamente “ambivalente”. Non dobbiamo dimenticare, infatti, che grazie alla mobilitazione di tanti, tutti gli altri quesiti referendari proposti in origine dalle Regioni, hanno già trovato adeguate soluzioni, imponendo nuove strategie ambientali ed energetiche.

REFERENDUM 17 APRILE Perché andiamo a votare e votiamo SI                                                   Insistere oggi con l’estrazione di petrolio e gas rappresenta un danno per il Paese

Il prossimo 22 aprile capi di Stato e di governo convocati dal Segretario Generale dell’ONU, Ban Ki-moon, firmeranno, per renderlo definitivamente operativo, l’Accordo di Parigi, risultato dell’ultima Conferenza delle Parti (COP 21) della Convenzione Quadro ONU sui Cambiamenti Climatici tenutasi a Parigi lo scorso dicembre. L’accordo è stato raggiunto all’unanimità da 195 Paesi più l’Unione Europea e rappresenta l’avvio definitivo del passaggio dai combustibili fossili (petrolio, carbone, gas responsabili principali del cambiamento climatico oggi in atto) alle energie rinnovabili, all’efficienza e al risparmio energetico e a tutte le straordinarie innovazioni presenti in questo campo nonché allo stimolo scientifico e tecnologico per produrne di nuove. Tutta la comunità scientifica internazionale è consapevole che non si può continuare sulla strada della dipendenza dalle fonti fossili e che l’inazione costituisce il rischio peggiore che non fa che aggravare la situazione attuale.
Tutto il mondo deve investire in un nuovo modello energetico e tutti, istituzioni, settore privato e società civile, devono essere attori del cambiamento. In questo quadro non ha alcun senso per un Paese come l’Italia insistere con investimenti per continuare con l’estrazione di petrolio e gas, anzi riteniamo che questa azione rappresenti ormai un danno.
Innanzitutto perché l’utilizzo delle fonti fossili provoca inevitabilmente l’aggravarsi dei cambiamenti climatici con effetti nefasti sui territori, sulla salute, sulla sicurezza delle popolazioni e una crescita costante dei costi per riparare ai danni conseguenti. Ma ci sono anche precise ragioni energetiche, economiche, occupazionali, ambientali, etiche e culturali che ci obbligano a sottolineare che è interesse di tutti muoversi con lungimiranza e determinazione verso una società sempre più libera dall’utilizzo dei combustibili fossili.

Le ragioni energetiche.  Il quantitativo di petrolio e di gas naturale fornito al nostro Paese dalle piattaforme entro le 12 miglia non supera rispettivamente lo 0,9% ed il 3% dei consumi nazionali. Una quantità irrisoria, anche perché il consumo dei combustibili fossili è in continuo calo (- 22% di gas e -33% di petrolio negli ultimi 10 anni), grazie al boom delle fonti rinnovabili (idroelettrico, fotovoltaico, eolico, geotermico, biomasse) che hanno già contribuito a cambiare il sistema energetico italiano ed oggi coprono il 40% della domanda elettrica. Questa è la vera risorsa del Paese sulla quale investire concretamente e che ci permetterà di ridurre sempre più la dipendenza energetica dall’estero e di fornire un contributo alla lotta ai cambiamenti climatici. La sfida oggi è certamente rappresentata dalla transizione energetica. Per avviarsi su questa strada serve però conoscere i problemi nella loro complessità, conoscere le potenzialità della ricerca e delle nuove tecnologie. Serve ad esempio sapere che già oggi si produce elettricità in Italia con impianti a biogas che garantiscono il 7% dei consumi e che il potenziale per il biometano, che può essere immesso in rete, è in Italia di oltre 8 miliardi di metri cubi: il 13% del fabbisogno nazionale e oltre quattro volte la quantità di gas estratta nelle piattaforme oggetto del referendum.

Le ragioni economiche. Il successo delle rinnovabili in Italia ha ridotto drasticamente il prezzo dell’energia elettrica, ben prima che i prezzi del petrolio crollassero, portando concorrenza nel mercato, riduzione delle bollette (dove, per sfatare un altro mito, ovvero che le rinnovabili sarebbero pagate care in bolletta, va detto che gli incentivi alle rinnovabili pesano solo per lo 0,3% nel bilancio di una famiglia media italiana), miglioramento della bilancia energetica e aprendo una nuova importantissima filiera industriale. Oggi tutto sta cambiando: le rinnovabili costituiscono il presente ed il futuro dello sviluppo e rappresentano la prima voce di investimento nel mondo, mentre le fonti fossili rappresentano il passato e gli investimenti in questo settore sono crollati e il 35% delle compagnie petrolifere, secondo l’ultimo rapporto della società di consulenza Deloitte, è ad alto rischio di fallimento già a partire dal 2016, con un debito accumulato complessivamente di 150 miliardi di dollari.
Inoltre, al contrario di quanto si dice, le estrazioni petrolifere non rappresentano una risorsa significativa per le casse dello Stato, anche perché le società godono di royalties tra le più basse al mondo e franchigie molto vantaggiose.

Le ragioni occupazionali. Il tema occupazionale è un tema delicato e importante, ma va affrontato senza intenti propagandistici, sapendo che la transizione energetica porterà inevitabilmente a una grande ristrutturazione industriale. Al di là del balletto delle cifre, a cui abbiamo assistito in queste settimane, le stime ufficiali (fonte Isfol) riguardanti l’intero settore di estrazione di petrolio e gas in Italia parlano di 9mila impiegati in tutta Italia e 3mila nelle piattaforme oggetto del referendum. Parliamo di un settore già in crisi da tempo, indipendentemente dal referendum, per la riduzione dei consumi nazionali di gas e petrolio e la mancanza di una seria politica energetica nazionale. Se vince il Sì, le piattaforme non chiuderanno il 18 aprile ma saranno ripristinate le scadenze delle concessioni rilasciate, esattamente come previsto prima della Legge di Stabilità 2016. Lo smantellamento obbligatorio delle piattaforme, inoltre, potrà creare nuova occupazione. Piuttosto, per le politiche volute dagli ultimi governi ed aggravate dal governo Renzi, nel 2015 si sono persi circa 4 mila posti nel solo settore dell’eolico e 10mila in tutto il comparto. L’unico modo per garantire un futuro occupazionale duraturo è quello di investire in innovazione industriale e in una nuova politica energetica. Tutte le previsioni parlano di un settore delle rinnovabili in espansione, che in Italia potrebbe generare almeno 100mila posti di lavoro al 2030, cioè circa il triplo di quanto occupa oggi Fiat Auto in Italia.

Le ragioni ambientali. Le attività di ricerca e di estrazione di idrocarburi possono avere un impatto rilevante sull’ecosistema marino e costiero. L’attività stessa delle piattaforme può rilasciare sostanze chimiche inquinanti e pericolose, come olii, greggio (nel caso di estrazione di petrolio), metalli pesanti o altre sostanze contaminanti (anche nel caso di estrazione di gas), con gravi conseguenze sull’ambiente circostante. Va poi considerato che i mari italiani sono mari “chiusi” e un eventuale incidente sarebbe fonte di danni incalcolabili.
Inoltre la ricerca di gas e petrolio, che utilizza la tecnica dell’airgun, può incidere in particolar modo sulla fauna marina e su attività produttive come la pesca. Infine da non sottovalutare è il fenomeno della subsidenza nell’Alto Adriatico, per il quale l’estrazione di gas sotto costa resta il principale contributo antropico che causa la perdita di volume del sedimento nel sottosuolo generando un abbassamento della superfice topografica, che accresce l’impatto delle mareggiate e delle piene fluviali e l’erosione costiera, con perdita di spiaggia ed effetto negativo sulle attività turistiche rivierasche.

Le ragioni etiche e culturali. Invitare all’astensione in una consultazione democratica è sempre un atto di irresponsabilità civile e politica, che non può che aggravare la grande malattia delle democrazie contemporanee: l’astensione dilagante. Inoltre questo referendum, al di là del significato letterale del quesito, e del rapporto con i ricorrenti fenomeni di corruzione, che sono emersi di nuovo in questi giorni, chiede di assumerci una personale responsabilità per il futuro del nostro Paese sul fronte dei cambiamenti climatici e del futuro di noi tutti: la produzione di idrocarburi ci fa rimanere legati a un sistema energetico ormai obsoleto che causa l’alterazione delle dinamiche del sistema climatico. Un problema su cui il nostro governo ha un atteggiamento schizofrenico, perché da un lato sottoscrive accordi internazionali e si impegna a perseguire le politiche Europee sulla transizione energetica, dall’altro, però, continua a sostenere, sul fronte interno, le lobby delle società petrolifere boicottando le rinnovabili e favorendo le trivellazioni.

Per tutte queste ragioni il voto del 17 aprile ha un significato importantissimo: siamo chiamati a dire se vogliamo continuare una politica energetica basata sugli idrocarburi e legata al passato o se vogliamo che l’Italia si incammini senza incertezze lungo la strada della transizione energetica alle rinnovabili.

Votiamo sì perché vogliamo che il governo intraprenda con decisione la strada della transizione energetica per favorire la ricerca e la diffusione di tecnologie e fonti energetiche che ci liberino dalla dipendenza dai combustibili fossili.

Primo firmatario Gianni Silvestrini, Direttore scientifico Kyoto Club

Energia pulita, una proposta per evitare la guerra delle trivelle

Articolo di Romano Prodi su Il Messaggero del 3 aprile 2016

La domanda a cui sono chiamati a rispondere gli italiani che si recheranno fra poche settimane a votare il cosiddetto referendum anti-trivelle riguarda un quesito molto specifico. Non saremo infatti chiamati a votare quali e quante perforazioni saranno permesse nei nostri mari, perché su questo esiste già una normativa giustamente tra le più rigorose del mondo. Una normativa che, tra l’altro, proibisce in modo assoluto qualsiasi nuova perforazione ad una distanza inferiore di dodici miglia dalle nostre coste. I cittadini italiani dovranno semplicemente decidere se le imprese che già oggi operano (spesso da molti decenni e sempre senza alcun incidente) entro le dodici miglia, possano continuare ad estrarre gas e petrolio dai giacimenti esistenti fino al loro naturale esaurimento.

Voglio subito chiarire che ho sempre ritenuto e tuttora ritengo che la protezione del pianeta e del suo futuro debba essere una priorità assoluta e ricordo con piacere di avere portato a termine con successo come presidente della Commissione Europea la lunga e difficile battaglia per l’approvazione del protocollo di Kyoto che, pur con i limiti che tutti riconosciamo, è stato il primo documento obbligante sul piano internazionale per la protezione del pianeta. Non è stata questa una battaglia facile perché condotta contro gli Stati Uniti e la Cina, che si opponevano ad ogni impegno collettivo in questa direzione.

Ritengo quindi che il passaggio verso l’uso di energie non inquinanti sia un dovere prioritario della nostra società e, di conseguenza, negli anni del mio governo, ho spinto nella misura possibile, verso l’incentivazione delle energie rinnovabili, che ora coprono una quota assai elevata del nostro fabbisogno energetico. Tali fonti di energia provvedono infatti al 15% del consumo totale rispetto al 6% di quindici anni fa.

Il fatto che il passaggio verso le fonti non inquinanti debba essere messo in atto nel più rapido tempo possibile non ci esime tuttavia dall’obbligo di farlo usando l’intelligenza e tenendo conto degli elementari interessi del nostro Paese.

Nel caso in questione si tratta di impianti che operano da moltissimi anni in rigorosa sicurezza e che non sostituiscono o rallentano l’uso di energie alternative. Essi semplicemente sostituiscono una quota del gas e del petrolio che, in questa progressiva fase di cambiamento del mix energetico, saremmo obbligati ad importare dall’estero per ancora molti anni.

L’alternativa non è perciò tra idrocarburi o energie rinnovabili ma tra comprare dall’estero o produrre noi gli idrocarburi che necessariamente siamo obbligati a consumare in questa fase di transizione.

Gli idrocarburi in questione provengono da impianti che da tempo esistono senza provocare danni al turismo o ad altra attività economica, come dimostra il caso dell’Emilia-Romagna, dove si concentra il massimo numero di queste “trivelle”. Se non utilizzeremo questi impianti anche per il futuro, il nostro Paese sarà obbligato a esborsi di denaro all’estero e alla rinuncia di sostanziali royalties.

Senza naturalmente tenere conto dei danni che una chiusura anticipata degli impianti produrrebbe al nostro sistema industriale per la perdita degli investimenti sugli impianti esistenti e, soprattutto, per la fuga degli operatori stranieri, allontanati dai continui cambiamenti delle nostre regole del gioco in corso d’opera.

Proprio in coerenza con la priorità che il nostro Paese deve dare alla protezione del pianeta voglio tuttavia accompagnare il ragionamento che mi spinge a dire no a questo referendum con una proposta che può aiutare la trasformazione del nostro sistema energetico verso consumi compatibili con l’ambiente in modo razionale ed efficiente proteggendo, nello stesso tempo, i legittimi interessi del nostro Paese e delle nostre imprese.

Il governo dovrebbe cioè impegnarsi a dedicare tutte le risorse che arriveranno dalla continuazione dei proventi derivanti dagli attuali giacimenti per incentivare la ricerca, la produzione e la conservazione delle energie rinnovabili.

In questo settore, che pure abbiamo tanto sviluppato, siamo quasi esclusivamente importatori dall’estero delle necessarie tecnologie e abbiamo dato un contributo del tutto trascurabile alla loro innovazione.

Con un incentivo che sta fra i 300 e i 400 milioni di euro all’anno (questo è l’ammontare delle royalties che le imprese oggi pagano) possiamo rendere possibile lo sviluppo di iniziative di avanguardia in alcune delle molteplici specializzazioni nelle quali si articola il complesso e raffinato settore delle energie alternative.

In poche parole possiamo importare meno petrolio e meno gas dedicando maggiori risorse alle energie pulite ed entrando finalmente nel gruppo dei Paesi che innovano e producono in questo settore che tanto sta a cuore a tutti noi.

 

Published by
Valerio Roberto Cavallucci